lunedì 30 marzo 2015

Wolfsburg, andata e ritorno

Augusto Mazzini
Tommaso de Sando, 28 febbraio 2015
Ho terminato proprio venerdì scorso, venerdì 27 marzo, la mia esperienza professionale a Wolfsburg presso la Neuland (Housing Company): come era previsto di comune accordo.
Perciò è stata una esperienza nuova ma in continuità con il mio esercizio professionale qui a Siena, dove sto scrivendo queste righe.
In sintesi: affrontare l'inserimento in un ambiente culturale e professionale più europeo, in una città non grande (sarebbe come Siena se Siena acquisisse il suo territorio naturale) ma di nuovo in espansione che dovrà, entro il 2020, assorbire fino a 70'000 persone, che attulamente sono "pendolari".
Ma Wolfsburg non è solo la città della Volkswagen - e non sarebbe cosa da poco - ma è una città ricca di nuovi servizi, di un ambiente naturale e costruito di grande e misurata qualità.
Vi hanno lavorato, nel tempo, (parlando di architettura) Alvar Aalto, Hans Scharoun e, ultima, Zaha Hadid: discutibile ma sempre architetto di qualità.
L'esperienza è stata intensa e apprezzata (diciamolo pure). Ma non si è limitata solo a un periodo di pratica professionale limitata o marginale. Ho partecipato, infatti, a una proposta per un quartiere degli anni 60-70, bisognoso di riqualificazione e di maggiore integrazione col resto della città.
Sono soddisfatto dell'accoglienza che ha avuto la presentazione del mio lavoro (un'ora di aperta discussione, in inglese, s'intende).
Era impossibile, poi, non recarsi a Berlino: che si è rivelata, come sempre, una città di grande forza attrattiva e di qualità urbanistica. Edifici e spazi nuovi si sono integrati con le grandi presenze storiche e hanno risarcito le grandi distruzioni della guerra e della deivisione fisica in due città antitetiche.
La rinascita urbanistica cominciò con la Philharmonie di Hans Scharoun, poi venne Mies Van Der Rohe con la Neue Nationalgalerie per arrivare, attraverso altri grandi nomi, a Renzo Piano in Potsdamer Platz e a Norman Foster nella trasformazione del Reichstag (vedi le due immagini iniziali).
Dunque un'esperienza felice che ora spinge a guardare anche ai nostri luoghi, alle nostre grandi e piccole città (Siena per cominciare), con ambiziosa modestia, sapendo che l'Europa sta, nonostante tutto, andando ancora avanti e l'Italia, invece, appare ferma con rare eccezioni.

Siena ci aveva provato e ci dovrà riprovare.

Alvar Aalto, Kulturhaus di Wolfsburg, 1962 (Foto di Tommaso de Sando, 2015)

martedì 27 gennaio 2015

70 anni fa








Nello stesso anno, il 1945, il 3 giugno, giorno di chiusura delle scuola, scoppiò una bomba a Siena (a San Prospero). Ero insieme agli amici Fausto, Franca e Roberto. Fui salvato per miracolo nel vecchio Santa Maria della Scala da un medico, giovane laureato. A suo modo la guerra fascista continuava ancora a colpire. Ma anch'io, come troppi bambini, non ne ero ancora consapevole.

mercoledì 7 gennaio 2015

giovedì 18 dicembre 2014

Pietà: l'è morta


 Tre parole sull'urbanistica. Ma tre davvero anche se - come si dice - il discorso sarebbe ampio e radicale.

- L'urbanistica come cultura, disciplina e pratica, è oggi morta, contrariamente a quanto potrebbero far pensare i quintali di carta su cui si enumerano regole, riferimenti, sigle, rimandi a, intricate parentele disciplinari, etc. Ogni Regione, poi, aggiunge del suo.
- Mentre abbondano le articolazioni grafiche e specialistiche (di specialità perlopiù di nuovo conio); e crescono le pagine che spiegano l'inspiegabile, il Disegno si è perso. Non c'è mai una sintesi tra le diverse competenze "assoldate".
- Il Disegno, nel senso di ideazione tentativa, visione estesa e complessiva dell'ambiente, e anche di analisi esemplificativa e preprogettuale, è disperso: se non inesistente.
- Chi amministra l'urbanistica (regioni e comuni: e lo Stato?) non studia, non elabora, non interviene attivamente. Tecnici, anche di buona scuola, sono completamente declassati a burocratiche funzioni; e i cosiddetti dirigenti sopravvivono tra frustrazione e arroganza.
Gli Amministratori, gli Assessori, perlopiù recitano la parte.

veduta per il Nuovo Piano Regolatore di Siena di Luigi Piccinato (1953?)
Giancarlo De Carlo, schema per il rapporto San Miniato-La Lizza (1973?)

lunedì 15 dicembre 2014

Uno sciopero fuori luogo


La boutique Marzucchi di Via Montanini ha circa trentanni. E non li dimostra: come succede spesso ad architetture, se di questo di tratta, prevalentemente di interni in vista che non sono nati con la voglia di essere completamente up to date. Specie quando si offrono ed espongono prodotti di qualità che si vorrebbe durassero nel tempo e nell'apprezzamento.
Dunque, anche lo spazio che esprime queste ambizioni avrebbe l'intenzione di durare ancora nel tempo e nell'apprezzamento. Se lo si legge con attenzione si trovano i caratteri principali: materiali e forma dello spazio non ossessivamente omogenei tra di loro secondo un disegno totalizzante. Travertino, arredi bianchi e, verniciata di bianco, anche una preesistente robusta longarina con, ancora leggibili, le sue storiche generalità. Fonti di illuminazione che occhieggiano al Deco; le lampade appese di Alvar Aalto anch'esse bianche e anni trenta. Due grandi tavoli a fronte con i ripiani di travertino ritagliati da una lastra originaria in modo complementare: i lati che si fronteggiano potrebbero far pensare a una stoffa ritagliata da abile sarto. E poi specchi, perché bisogna anche guardarsi e, soprattutto, che lo spazio si allunghi, ma in modo non simmetrico e totale. Poi gli ambienti per provarsi i vestiti, ovviamente; e le due vetrine che lasciano trasparire e respirare l'interno.
A chiudere il tutto, quasi a filo strada, due grandi sportelli scorrevoli in legno con, al centro, due mezzi quadrati di cristallo che formano, a porte chiuse, un quadrato perfetto. In modo che si legga bene sullo sfondo il nome Marzucchi al neon, anche di notte.
All'esterno, verso la soglia, due semi colonnini ai lati dell'apertura sulla strada, aspettano invano l'arrivo di una carrozza. I grandi sportelli, se chiusi, proteggono i vestiti nella vetrina in modo che non invecchino rimanendo sempre in vista.

E' la seconda volta, nella notte di sabato 13, che qualcuno ha tentato di dare fuoco a questi sportelli.
Ma questa volta c'era l'incentivo stuzzicante di bruciare facilmente il cumulo di cartoni che erano lì davanti, come a tanti altri negozi e portoni delle strade cittadine.
Si dirà che c'era stato, il venerdì, lo sciopero. Ma l'accumulo così a lungo delle carte e dei materiali infiammabili, di questi tempi, è molto attraente: sia per gli stupidi che, anche, per nuovi mascalzoni.
Occorrerà pensare anche a questo per difendere il più possibile l'ambiente del centro storico, o della città: che sono la stessa cosa.



                  
Collaborazione essenziale di Zeynep Mesutoglu.

                                









Foto d'epoca di Toni Garbasso

mercoledì 19 novembre 2014

Como è Trieste Venezia (Lelio Luttazzi?)

Perchè confessare la propria tristezza. Penso che la tristezza, al di là di quella individuale, personale, intima, che ha veri motivi piccoli o enormi che siano; la tristezza, dicevo, può essere inconsapevole, uno stato quasi naturale dell'essere. Come il suo opposto: la soddisfazione. Ma la soddisfazione è mediocre, di segno materiale: quindi chi ce l'ha se la tenga.
Ma quando la tristezza è estesa, diffusa, leggibile, lo è anche nelle persone e nei luoghi. Anche una città (la città) può essere triste: nel suo insieme. Grande o piccola che sia. Persino Roma, la sguaiata, può esserlo. Specialmente di questi tempi. E Siena. Ma non ci intristiamo.
Anzi, intristiamoci semmai con cattiveria, guardando insieme tre cose tristi per la loro presunta qualità, o per la finta allegrezza, che è la stessa cosa.
Prendiamo quindi tre foto di architetture da due stimate riviste arrivate da poco sul tavolo: Casabella e L'industria delle costruzioni.

La più ipocrita: formalismo cimiteriale.
Paolo Zermani, cimitero di Sansepolcro, ampliamento

La più sciancata: una scala inutilmente complicata.
Giovanni Maciocco, Santa Chiara ad Alghero, recupero

La più sguaiata: un Biomuseo, gigantesco accrocco e costoso giocattolo.
Frank Ghery, Biomuseo della natura, Panama

lunedì 10 novembre 2014

Il luogo dell'Arte



Quando la Pinacoteca al Santa Maria della Scala?

La Madonna di Misericordia di Andrea di Bartolo è da sempre nella sala Marcacci dello Spedale.
Avevo sei anni quando la vidi.








venerdì 7 novembre 2014

Momeria e rovine

Cliccare al centro

Per la prima volta in questo blog appare un documentario, quello girato da l'allora venticinquenne Tommaso de Sando, girato nel 2011, in due luoghi (Salvitelle e Romagnano al Monte), che nel 1980 furono colpiti dal tremendo "terremoto dell'Irpinia" che aveva generato distruzione e cancellazione di luoghi e vite umane.
A chiusura dei volti e delle voci di questo documentario è riportata l'ultima pagina di "Rovine e memoria" di Augusto Mazzini, pubblicato su Spazio & Società, la magnifica rivista creata e diretta da Giancarlo De Carlo.
Tutto questo ci ricollega in modo positivo, cioé quello del fare, alle odierne vicende di una metereologia distruttiva e una insipienza preventiva. E' anche un omaggio a quelli che oggi si sono dati e si danno da fare per alleviare almeno le sofferenze e le difficoltà.

dal testo di Augusto Mazzini

lunedì 3 novembre 2014

La città chiusa

Foto di Federico Pacini

Fino a oggi, 3 novembre, la stagione è per ora meglio di quanto avrebbe dovuto esserlo per contratto metereologico. Ma si riaffacciano già nuvole nere sul cielo di questo annichilita città.
Ieri sera è apparsa su Report una corposa anticipazione della "indagine" che di nuovo avrà come obbiettivo le vicende della banca senese (?), e anche personali tragedie.
Milena Gabanelli, la perentoria autrice televisiva, ha con sicurezza usato addirittura la parola omicidio per la morte di David Rossi. Di cui, con un colpo di buon gusto, si è fatta vedere, credo per la prima volta, l'immagine dall'alto del corpo annichilito sulle pietre del vicolo sottostante la sua finestra.
Bel reportage! Quale il costo dell'immagine?
Tra i volti che si sono affacciati sullo schermo, due mi sono sembrati particolarmente significativi. Quello della moglie tristemente accusatorio, e quello di Pier Luigi Piccini con la barba sempre più lunga e grigia come la sua vicenda politica.
A Siena non mancava che questo per sprofondare ancora di più nel suo stato, più o meno consapevole, di attonita attesa di tutto e di niente.
Negozi che se aprono, è per chiudere poco dopo. Turismo per ora affollato ma in generale estraneo alla città: più svagato che attento.
Popolazione indecifrabile, silenziosa o rumorosamente al cellulare.
In certe ore quasi soltanto anziani con bastone e anziane con badante.
Studenti di varie origini e incerta destinazione. Negozi "supplenti" che vendono di tutto e di niente.
Qualche festa generosa ma inutile che non riappiccica nulla. E così via.
La città è spesso tangibilmente triste, specie quando sfoga la sua voglia di esserci.
Ma basta con queste vuote e ambiziose parole.
Ci sono intelligenze in Siena, senesi e non, che devono collegarsi tra loro; che cerchino cosa li può unire; che parlino a voce alta.
I mugugni hanno la stessa matrice del vomito.