giovedì 6 marzo 2014

Cul - turismo




Quello che ha detto sull'uso improprio del Santa Maria della Scala Pier Luigi Piccini, già Sindaco di questa città, mi trova completamente d'accordo. Il Corriere di Siena ha ospitato la sua intervista con tempismo e gran maestria.
Ci sarebbe poco da aggiungere: facciamolo perciò con un tono più leggero.
Usando un'immagine che senz'altro qualcuno avrà già adoperato, si può dire che prendere confidenza con i musei e con gli spazi di rilievo storico-artistico può essere, specie per i giovani, una vera palestra della mente. Non era stato mai detto, e fatto finora, che quegli spazi potessero essere una palestra e basta!
Invece Siena ha voluto provarci per iniziativa del suo Assessore al Turismo. Quale luogo poteva prestarsi meglio del Santa Maria della Scala, con le sue grandi sale evidentemente considerate come dei vuoti di sufficiente ampiezza, buoni anche per normali esercitazioni ginniche?
Respirando a pieni polmoni la qualità, il significato profondo di quegli spazi, la stessa preoccupante presenza inquietante di opere d'arte di grande significato e valore - la cultura insomma - sarebbe entrata per le nari anche senza volerlo o pensarci.
Inspirare / Espirare! dicevano anche i professori di ginnastica. E' così che il Santa Maria della Scala può essere in realtà considerato da molti, in questa sfortunata città, un contenitore. E il vero problema è perciò solo riempirlo. Purtroppo, dispiace dirlo, è stato riempito nei giorni scorsi - almeno da quello che si è visto - non da abili ginnasti ed eleganti ginnaste; ma da persone comuni che avranno pure il loro diritto di zompettare ispirandosi, ciascuno a suo modo.
Non è così che si può arricchire il richiamo di quei luoghi che, a troppi inconsapevoli, sembrano solo dei vuoti da riempire comunque. Del resto nel Santa Maria della Scala ha già sede l'Ufficio Turistico del Comune di Siena.

Santa Maria della Scala, Mostra per Pio II, 2006, allestimento di Paolo Mazzini


mercoledì 26 febbraio 2014

La ragazza con-turbante


Ieri, 25 febbraio, per vedere la Ragazza con l'orecchino di perla è stato staccato a Bologna in Palazzo Fava (absit iniuria verbis) il cinquantamillesimo biglietto: e l'esposizione durerà fino al 25 maggio, di quest'anno ovviamente.
La pittura di Jan Vermeer (1665 circa) proviene, dopo altre soste, dal MAURITSHUIS di Den Haag (L'Aia) e più precisamente dalla Galleria Reale della Pittura. E' proprio lì che, come moltissimi altri, io l'ho vista senza fare code e per tutto il tempo che volevo.
Per fortuna ho ritrovato la cartolina che comprai, di grande formato, in cui il volto della cara ragazza appariva solcato da mille rughe che rompevano la superficie pittorica del bel viso. Ora, dalle immagini diffuse, appare ringiovanita, evidentemente dopo un intelligente restauro che non ne cancella però completamente lo stato preesistente. Ma certo alle persone che per trenta secondi potranno ammirarla risulterà perfetta.
Il vero titolo dell'opera sarebbe La ragazza con turbante: basta mettere un trattino nell'aggettivo e diventa subito con-turbante. Che richiama immediatamente le turbe (il numero) dei visitatori e i loro turbamenti.
Senza citare la Sindrome di Stendhal, sembra proprio che molte persone non solo abbiano scoperto quest'opera, che è un risultato positivo, ma ne subiscano una scossa emotiva. Ci si può porre qualche domanda. Questo modo di mostrare a lungo una singola opera avvicina la gente all'arte (magari per la prima volta)? E' anche un fatto mediatico? Basta vedere dal vero, per trenta secondi, un'opera già vista e pubblicata su televisione e giornali? Eccetera.
C'è un pittore che si chiama Matteo Appignani, che sta e insegna a Firenze, che ha più di una volta, negli anni, riprodotto con i suoi gessi e a grande dimensione, la Ragazza sulle lastre di pietra della pavimentazione stradale: questo a Siena, quasi davanti alla piazza del Monte dei Paschi.
Non esagero se dico che la pastosità dei colori e la irregolare superficie di supporto restituivano l'appeal pittorico della vera ragazza con-turbante.




martedì 11 febbraio 2014

Stiamo con Napolitano



Mentana e Friedman sono due furbi: hanno dato lo spunto (con argomenti noti e superati) ad una vile aggressione al Presidente della Repubblica. Ambedue lo fanno per motivi di bottega: uno per La7, l'altro per il suo libro.
Subito due leader extraparlamentari hanno mosso un esplicito attacco eversivo al Presidente della Repubblica: il primo per bisogno di visibilità, l'altro - da sfascista - perché urla tutto e il contrario di tutto.

A Napolitano, invece, dovrebbe andare il giusto ringraziamento per aver sostenuto il Paese in questo ormai lungo periodo di incertezza e difficoltà.

lunedì 27 gennaio 2014

Il 27 Gennaio

Ci sono fatti storicamente di grande rilievo significativo, tragici e non solo, che non sono riassumibili in un giorno specifico di ufficiale mermoria o ricordo.
Il tempo che trascorre spesso ne scolora non tanto la memoria in sé, quanto la traccia significativa nella soggettiva coscienza.
C'è poi una progressiva totale inconsapevolezza del loro significato per chi non ha, per età, un ricordo vissuto di quei fatti. Eccetera.
Forse la Giornata della Memoria, per la tragedia degli ebrei e di tutte le vittime del nazifascismo razzista (e l'Argentina di Videla e dei militari assassini, 1976-81), ha ancora un grande significato: anche per la presenza di una estesa volontà civile e per l'attenzione che anche la stampa e i media hanno, in diversi modi, diffuso.
Ma quest'anno, il 27 gennaio, Giorno di quella Memoria, è stato segnato da un atto di particolare, puntuale, odiosa provocazione: l'invio a tre luoghi simbolici di Roma (Sinagoga, Museo della Memoria, Ambasciata di Istraele) ti teste di maiale mozzate. 
Forse si tratta solo di un gesto orribilmente stupido e volgare: ma organizzato.
Si indaghi accuratamente: perchè l'assonanza (le teste di porco) con pratiche minacciose di appartenenza ben nota è, come si dice, perlomeno inquietante: forse pericolosa, come se fosse un sintomo, per ora oscuro, di qualcosa che può attecchire.

lunedì 20 gennaio 2014

Senza titolo

Claudio Abbado nel saggio di direzione d'Orchestra del 1957
E' morto stamani.
Claudio Abbado ha resistito a lungo alla sua malattia. Che non fosse presente all'incontro dei nuovi Senatori a vita con il Presidente della Repubblica era stato un chiaro presagio.
Ora, quando il dispiacere proviene dalle corde più profonde, che si tendono da sole, non c'è che un grande dolore. Piangi e basta, semmai: perché provi una violenta commozione che mette insieme tutti i motivi che pur avevi in te per reagire così.
L'avevo incontrato solo a Ferrara: per il Flauto Magico e per il concerto con Martha Argerich: con la sua orchestra di giovani, la Mozart, che si è chiusa da poco. E questo è stato l'allarme più grande perché indicava, in Abbado, non solo uno dei più grandi direttori del mondo, ma anche un costruttore di cultura e di talenti. Un'intelligenza e una capacità di tenere insieme di cui, invece, c'è sempre più bisogno.
La sua stessa asciutta fisionomia ne faceva leggere il carattere, la tensione etica e intellettuale, la estesa sensibilità: la sua nobiltà che si rifletteva anche sul nostro paese.
Ma lasciamo che altri parlino di Lui con maggiore conoscenza e competenza. Mi limito a mostrare, con le immagini che accompagnano queste righe impacciate, un Claudio Abbado giovanissimo allievo  a Siena dell'Accademia Chigiana.
Penso che da queste immagini si percepirà la differenza tra la Chigiana di allora e quella di oggi.
Ci vorrebbe un coraggio, una durezza, una competenza, un amore, che io non intravedo, per riallacciare un filo così difficile.


giovedì 16 gennaio 2014

Non svicolare


Le Corbusier (all'epoca ancora Charles Edouard Jeanneret), 1907

E' trascorso molto tempo dall'ultimo post di questo blog. Così è ora difficile scegliere un argomento appropriato. Del resto la ripresa, come tutti gli italiani sanno, è un problema.
Si può fare una prima mossa partendo dalla Piazza del Campo, ma non in generale: prendendone invece alcuni aspetti in apparenza marginali. Anche nel senso che riguardano proprio i margini di questa piazza che, si può dire tranquillamente, è unica al mondo.
Cominciamo dunque dai suoi accessi: almeno quelli che stanno perdendo, o hanno già perso, la loro qualità e funzione di emozionante ingresso alla piazza. Anche i più modesti e apparentemente secondari. Ma proprio per questo capaci di provocare un vero e proprio stupore per il salto di dimensione e di percezione dello spazio che provocano.
Il più umile è il Vicolo dei Pollaioli. E' stretto ma ha il pregio-difetto di essere vicino ad un bar che si affaccia sulla piazza fin troppo con i suoi tavoli: pur essendo, il locale, di modeste dimensioni. Così il vicolo rimane strozzato per chi, avendo l'idea di usarlo, possa affacciarsi senza intoppi sulla piazza con uno spalancamento inatteso, specie se si passa dall'ombra a una luce totale.
Il più legato alla pedonalità urbana è il Vicolo dei Borsellai, che prosegue il percorso di Via Calzoleria infilandosi, al coperto, nella piazza. Due sono gli strappi alla sua qualità. 
Primo, le raccolte dei rifiuti poste proprio nel tratto finale verso la piazza. Davvero una bella accoglienza che coinvolge, con la presenza dei cassonetti, il vicolo in un generale degrado.
Secondo, nella lunga stagione dell'ampio squadernamento dei tavoli, la vista del suo sbocco sulla piazza, dove si leggerebbe immediatamente lo straordinario Palazzo Pubblico, è interferita dai tavoli che immiseriscono una vista completa.
Terzo, il Vicolo di San Pietro, in gran parte a gradoni, che dalla Croce del Travaglio, scende ripido nella piazza, accentuando la velocità verso l'attesa visione. Ma si incontrano tavoli terrazzati sulla destra e, in fondo, lungo gli ultimi scalini, la petulante esposizione del negozietto antistante (bandierine sporgenti e chincaglierie varie) che di fatto strozzano l'ingresso a chi scende e, più imbarazzante, la salita a chi vuole uscire dalla piazza.
Per ultimo, la Costarella dei Barbieri. Che non è un vicolo vero e proprio ma è, comunque, un accesso rigorosamente pedonale. E' poi, soprattutto, una discesa che, allargandosi, confluisce come un delta alla piazza, divenendone praticamente parte. Nella piazza si entra così "a ventaglio", potendo istintivamente affrontare la visione e l'ingresso in ogni direzione. La sua sommità, cioè il bordo con Via di Città, è il punto di osservazione e oggi di approccio fotocinegrafico più usato: dove ogni ripresa rischia di riprendere quelli che riprendono la scena ambientale. Niente di male. Il suo bordo di destra, a scendere, è accompagnato da un lungo e alto sedile in pietra. Nei giorni del Palio, quando palchi e transenne sono in funzione, è luogo di una privilegiata e sofferta partecipazione a ciò che sta avvenendo aldilà, nella piazza.
Purtroppo, specie sulla destra, nella stagione più turistica (esclusi perciò appena due o tre mesi) un piccolo bar (o ristorante) si proietta nella piazza con i tavoli, ad interrompere la fluidità del percorso e la piena visione dello spazio con lo sfondo del magnifico Palazzo Pubblico.

Il Comune ha stabilito per l'uso della Piazza del Campo spazi e distanze dello spazio pubblico. In quasi tutti i casi sarà meglio che, almeno una volta una settimana, vigili urbani addetti controllino l'effettivo rispetto delle regole e delle misure.
E' comunque mia personale opinione che le regole vigenti siano già troppo di manica larga, specie per i bar. Non tutti allo stesso modo, ovviamente.

Fernando Tàvora (Fernando Luìs Cardoso Meneses di Tavares e Tàvora),
penna e biro su carta, 1964
Autore anonimo, 1578 (?), appartenente alla Universitat Bibliothek di Salisburgo
(che ha messo online il suo patrimonio)



lunedì 2 dicembre 2013

L'ineleggibile


Ieri, domenica 1 dicembre, Beppe Grillo ha aperto una campagna elettorale nella sua città, Genova. Una, perchè non si capisce a quali elezioni intenda riferirsi: le europee (che ci saranno) o le altre, che lui (e non solo lui) spera che ci siano il prima possibile?
Ora la sua furia urlata sta di nuovo montando, viste le difficoltà economiche, sociali, politiche che attraversiamo: e gli scontenti abbondano. Ad ogni modo la piazza, ieri, era meno piena del solito, dicono. Ma lui era anche fisicamente in forma, a suo agio. Per questo sono d'accordo col corrispondente di Le Monde che ha detto: "Grillo è l'unico comico che mi fa paura".
Cito solo alcune battute che danno però un'idea del colore dei suoi contenuti.
- Contro il Presidente della Repubblica: Se ne deve andare - Messa in stato di accusa di questo signore / impeachment
Sulla politica:
 - Estrema unzione della politica italiana.
I giovani:
 - Devono restare qui, e cospirare
Il Papa:
 - Anche lui è un grillino
I giornali italiani che non l'hanno messo in prima pagina come prima notizia:
 - Questi giornali vanno chiusi.
Può bastare? E non sono tutte battute: non c'è proprio niente da ridere. Un capo popolo, che non è eletto perchè non era e non è eleggibile in Parlamento, detta parola d'ordine dall'esterno.
Ha ragione Philippe Ridet di Le Monde!

Poche parole, e sofferte, su Dario Fo; che ha preso parte e parola alla kermesse genovese.
Dispiace ricordare che da giovane aderì alla repubblichina di Salò, cioè al peggior fascismo al servizio dei nazisti. Poi il suo lavoro e la sua bravura hanno cancellato quel passato giovanile.
Addirittura è stato premiato con il Nobel. Ora, in vecchiaia - forse perchè la moglie Franca non gli è più accanto - sembra regredire, quasi sentendosi come ringiovanire, ad un estremismo pericoloso perchè populista: facile comparsata di fronte ad un pubblico ben disposto e fatto anche di cittadini oggettivamente dis-orientati.
Mio fratello Giuseppe (Mazzini) ha la stessa età di Fo. Nel suo liceo fu uno dei pochissimi antifascisti: preso due volte riuscì a sfuggire. Non ha fatto né il comico, né il politico. Ma l'ingegnere.

lunedì 25 novembre 2013

Un partito democratico





 
Non conosco personalmente né Renzi, né Civati (ho avuto solo modo di salutarlo); né Cuperlo, che voterò alle primarie PD dell’8 dicembre.
Perché Cuperlo? Meglio cominciare al contrario: perché non Renzi, non Civati?
Per motivi completamente diversi, eccetto uno che accomuna gli ultimi due: l’età, 38 anni. Cioè ambedue giovani, e perciò in grado di provarci benissimo più in là, anche di poco.

Renzi è, e sembra che lo rimarrebbe anche se eletto, Sindaco di Firenze. Due incarichi pesanti e, oggi, incompatibili. E’ lontano il periodo storico, quando Èdouard Herriot fu Sindaco di Lione dal 1905 al 1957, e Presidente della Camera dal 1925 al 1928 e dal 1936 al 1940. Nel caso di Renzi avremmo, semmai, una indigestione di attivismo protagonistico, più che un frenetico e pur laborioso andirivieni. Ma il motivo del mio non voto è altro. C’è del post-berlusconismo nel suo apparire e nel comportamento politico spregiudicato. E’ iperproduttivo di spunti e poco definito in leggibili “punti programmatici” per la riforma del partito. Anzi per il superamento del partito in quanto tale: quello che è ora il PD, certo da ristrutturare, ma non da liquidare di fatto. Ogni partito, per essere tale dovrebbe essere aperto, ma con regole valide per tutti, anche per il suo segretario. Soprattutto per lui. Il suo protagonismo non sembra preannunciare comportamenti misurati: tutt’altro.
Si tenderà poi a imitarlo: già è fastidioso sentirsi definire renziani, civatiani, cuperliani, peggio ancora dalemiani, etc; identificandosi come gregari privi di tutte le diversità che arricchiscono ogni persona, anche un politico. Dunque no a Renzi.

Di Civati non si può dire che bene. E’ colto, attento ai problemi veri, davvero giovane e nuovo. Anche se accentua volentieri, persino fisionomicamente l’aspetto giovanile: con barba/senza barba, etc.  Io lo vedrei come vicesegretario, se potessi scegliere. Ma non lo voto per segretario.

Su Cuperlo sarò breve. Ha l’età giusta per essersi liberato da qualsiasi presunta baffuta ascendenza. Ha stile e insieme carattere. Si esprime chiaramente e sinteticamente. E’ stato comunista. Come me e molti altri, che lo eravamo solo perché iscritti al PCI, che era già un’altra cosa.  Lo voterò volentieri.